
L’integrazione della natura nell’architettura è un ambito operativo chiave per il benessere psicofisico e la valutazione prestazionale degli edifici.
di Sabrina Zanini
Le stime delle Nazioni Unite indicano che il 55% della popolazione mondiale vive in aree urbane, una quota destinata a raggiungere il 68% entro il 2050. Parallelamente, le statistiche istituzionali (come il portale europeo EPA) evidenziano un dato di forte impatto per il settore delle costruzioni: le persone trascorrono circa il 90% del proprio tempo all’interno di ambienti chiusi. Questo drastico allontanamento dai contesti naturali – a cui ci siamo adattati per il 99% della nostra storia evolutiva – è all’origine di quello che lo studioso Richard Louv ha battezzato “Deficit di Natura”, una condizione associata a un aumento cronico dello stress, a cali di attenzione e all’affaticamento mentale.
La necessità fisiologica di reintrodurre il contatto con l’ambiente naturale è supportata da solide evidenze scientifiche. L’OMS Europa sottolinea come la presenza di verde urbano e residenziale favorisca la salute mentale e fisica, agendo attraverso il rilassamento psicologico e la mitigazione di inquinamento, rumore e calore. Una meta-analisi pubblicata su The Lancet Planetary Health ha rilevato un’importante associazione inversa tra l’esposizione al verde circostante e la mortalità, mentre uno studio su Scientific Reports ha dimostrato che trascorrere almeno 120 minuti a settimana in ambienti naturali è associato a migliori livelli di benessere auto-riferito. Si tratta di dinamiche misurabili sia a livello cognitivo, dove pause trascorse a contatto con elementi naturali permettono di ripristinare l’attenzione con una velocità superiore del 30% rispetto a contesti puramente urbani, sia a livello clinico. Un assunto dimostrato storicamente dallo studio pubblicato su Science nel 1984 da Roger Ulrich, il quale osservò come i pazienti chirurgici con vista su alberi registrassero degenze post-operatorie più brevi e necessitassero di meno analgesici rispetto a coloro che guardavano un muro spoglio.
Il bisogno umano di natura si riflette in modo inequivocabile anche sulle scelte economiche e sui comportamenti: i dati Istat confermano che oltre la metà degli italiani predilige mete naturali per le vacanze, alimentando un turismo outdoor che si stima raggiungerà un impatto economico superiore ai 9 miliardi di euro nel 2026. Un chiaro segnale di come il contatto con spazi aperti e naturali rappresenti una necessità di rigenerazione.
Alla luce di questi dati, risulta chiara la prospettiva per il settore dell’edilizia: la biofilia non è una tendenza progettuale, ma un campo di lavoro scientifico e operativo che permette di integrare natura, salute, benessere e sostenibilità nei processi di progettazione e valutazione dell’ambiente costruito. Il Biophilic Design traduce le nostre necessità psicofisiche in precise risposte architettoniche, adottando un approccio transdisciplinare. L’obiettivo è superare il predominio esclusivo della vista per orchestrare spazi capaci di coinvolgere tutti i sensi. Questo si realizza attraverso la calibrazione della luce solare per assecondare i ritmi circadiani, l’ottimizzazione della ventilazione per il comfort respiratorio, e l’impiego di materiali autentici come il legno, capaci di stabilizzare il ritmo cardiaco e offrire comfort tattile e olfattivo. Al contempo, le geometrie rigide vengono mitigate in favore di proporzioni ispirate ai frattali della natura, mentre un’acustica accurata con suoni naturali agisce calmando il sistema nervoso.
In questo scenario, la valutazione dell’ambiente costruito gioca un ruolo chiave. Il tema non è nuovo per GBC Italia: nell’ambito dell’esplorazione di soluzioni all’avanguardia per i progetti oggetto di certificazione, in passato è stato introdotto il Credito Pilota CP106 Biofilia, inserito all’interno della categoria Innovazione nella Progettazione. Un’esperienza che dimostra come l’approccio biofilico possa tradursi in un criterio di valutazione oggettivo per la certificazione di sostenibilità. Guardare al futuro dell’abitare impone un ripensamento del rapporto col paesaggio. Significa superare la visione antropocentrica che riduce il verde a mero elemento decorativo, per progettare edifici che funzionino come ecosistemi rigenerativi. Solo così sarà possibile promuovere, in perfetta sinergia, l’equilibrio psicofisico degli individui e la tutela della biodiversità locale. Consapevole di questo profondo legame, GBC Italia promuove un nuovo approccio all’architettura presentando il sistema di valutazione e certificazione GBC Edifici Biofili. Nato dall’evoluzione e dal successo della sperimentazione del Credito Pilota CP106, il tema della progettazione biofila diventa oggi un vero e proprio Protocollo, offerto a progettisti e proprietari per certificare in modo olistico e misurabile la qualità della vita all’interno degli spazi.
- Ambito RIFUGIO: si focalizza sulla creazione di ambienti interni progettati per soddisfare le innate necessità di protezione e comfort sensoriale. Valuta elementi fondamentali come l’integrazione della luce naturale e dell’illuminazione a supporto dei ritmi circadiani, la qualità del ricambio dell’aria, il controllo acustico e la presenza di viste su vegetazione o panorami naturali.
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Ambito RISORSE: valuta la capacità dell’edificio di integrare processi ecosistemici, passando dal concetto di protezione a quello di supporto vitale. Premia la presenza di vegetazione indoor e outdoor, l’inserimento di acqua in movimento negli spazi abitati e il contatto fisico con materiali e finiture naturali.