
Il nuovo “Protocollo Italia” punta a rendere la certificazione più vicina al patrimonio edilizio reale del Paese
di Carlotta Rocci
“Possiamo anche investire molto, rendere le case super digitali, super connesse, super performanti, ma poi restano case per pochi“. Fabrizio Capaccioli, presidente di GBC Italia, ha scelto questo punto di partenza per il suo intervento a REbuild 2026, evento dedicato all’innovazione sostenibile dell’ambiente costruito che si è tenuto il 12 e 13 maggio a Riva del Garda.
Nel panel dedicato a come le tecnologie digitali cambiano la vita delle città e dei territori, il confronto ha attraversato AI city, infrastrutture intelligenti e persino habitat spaziali. Capaccioli ha riportato il tema sulla sfida italiana più concreta: trasformare in chiave sostenibile il patrimonio edilizio esistente.
“La vera transizione si fa non lasciando indietro nessuno“, ha detto. Il paradosso è già in atto: chi oggi ha più difficoltà a pagare le bollette vive spesso in edifici ad alto consumo, con prestazioni energetiche del tutto inadeguate. Intervenire solo sulle costruzioni di qualità, senza toccare lo stock esistente significa produrre nuove disuguaglianze in nome della sostenibilità.
Il punto, per GBC Italia, è portare la cultura della sostenibilità, della certificazione e della qualità ambientale in tutti gli edifici. “Abbiamo 66 milioni di unità immobiliari su cui è necessario intervenire“, ha ricordato Capaccioli, sottolineando la necessità di capire “quali tecnologie importare su uno stock immobiliare enorme” e come rendere la sostenibilità concretamente accessibile.
Non basta un nuovo standard calato dall’alto. Serve un lavoro di sistema, capace di tenere insieme competenze tecniche, istituzioni, strumenti di misurazione e filiera delle costruzioni. È in questo quadro che nasce il nuovo “Protocollo Italia“, pensato per essere tagliato sulla realtà del patrimonio edilizio nazionale e costruito in dialogo con altri enti di riferimento del settore. L’obiettivo è rendere accessibile la certificazione attraverso protocolli nazionali capaci di interpretare il modo italiano di costruire case, edifici, infrastrutture e quartieri, non solo nei centri urbani di pregio, ma anche nelle periferie, dove la transizione è più urgente e più difficile.
Il percorso passa anche dai tavoli di lavoro condivisi promossi da GBC Italia, dove competenze diverse, lungo tutta la filiera, vengono chiamate a confrontarsi su tecnologie digitali, rigenerazione, biofilia e qualità ambientale del costruito. L’obiettivo è trasformare il confronto tecnico in strumenti comuni, capaci di accompagnare la riqualificazione delle case italiane. “Vorremmo che ci fosse un’alleanza per aiutare il Paese ad avere case sostenibili, accessibili e certificate con un protocollo nazionale“, ha spiegato Capaccioli.
La sostenibilità accessibile si costruisce su più livelli. Uno è quello dei materiali e del ciclo di vita degli edifici: a REbuild, il direttore di GBC Italia Marco Caffi ha spostato l’attenzione sulla capacità degli edifici di durare, cambiare funzione e generare meno sprechi. “L’edificio durevole deve essere studiato nell’interazione dei materiali oltre che nella capacità di costruirlo e gestirlo”, ha spiegato Caffi. “Rendere un edificio durevole significa anche adattarlo nel tempo a svolgere più funzioni“.
Riciclo e riuso non sono sinonimi. “Il riciclo è molto rivolto al materiale e parte dalla demolizione selettiva. Riciclare l’edificio significa invece smontare le varie parti per poterle riutilizzare. Il riuso riguarda sia i materiali sia gli edifici: riutilizzarli significa ottimizzare“. Le piattaforme digitali per tracciare le componenti, gli indicatori di misurazione e il life cycle thinking in questo quadro diventano strumenti operativi, non formule astratte. Servono a sapere di cosa è fatto un edificio, quanto può durare, come può essere manutenuto, trasformato o smontato.





