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Rossella Muroni | Ambassador #BuildingLife
7 Novembre 2025

Le interviste di GBC Italia agli ambassador del progetto #BuildingLife

Il clima ha bisogno di un piano sociale, tra decarbonizzazione e tutela delle fasce deboli della popolazione_Rossella Muroni, Presidente nazionale dell’associazione Nuove Ri-Generazioni, già presidente nazionale di Legambiente e vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati.

 

In Italia si presta ancora poca attenzione alle emissioni di gas climalteranti nell’arco del ciclo di vita degli edifici; quali sono le ragioni?

Sì, emissioni e ciclo di vita.  Dobbiamo quindi parlare di circolarità dell’economia e dei materiali che da sempre sono stati gli scogli più forti per il cambiamento, Ricordiamo anche che abbiamo fatto dei passi da gigante, in Europa e in Italia, che ha il primato nella capacità di riciclo di materiali. Quando c’è stato l’ultimo terremoto nel centro Italia – io ero Presidente nazionale di Legambiente – proponemmo di non portare via i materiali, di aprire dei centri di riciclo in loco, affrontando non solo il tema del recupero dei materiali ma anche combattendo il fenomeno delle ecomafie.

Credo sia necessario guardare alla circolarità della costruzione partendo dal principio che va limitata l’estrazione di nuovo materiale, intervenendo anche sulla normativa che considera il materiale da demolizione come rifiuto.
Io sono sociologa di formazione e penso che ci sia anche un ostacolo antropologico; la casa è qualcosa di statico, che viene passato di generazione in generazione incarnando quasi un’identità familiare. È quindi difficile immaginarla come qualcosa che si trasforma, si distrugge, si ricostruisce.

 

In che modo l’Associazione Nuove Ri-Generazioni contribuisce ad accelerare il processo di decarbonizzazione dell’ambiente costruito in Italia?

A livello associativo stiamo seguendo con grande attenzione il Fondo Sociale per il Clima, una misura della Comunità Europea pensata per mitigare gli effetti economici e sociali della transizione verso la neutralità climatica, in particolare per le famiglie vulnerabili, gli utenti dei trasporti e le microimprese. Nel Fondo c’è una parte importante di risorse comunitarie che vanno proprio nella direzione di favorire un ruolo determinante nella decarbonizzazione del settore edilizio.
Il nostro Governo dovrà scrivere un piano sociale per il clima che aiuti a coniugare l’obiettivo di decarbonizzare l’economia e, contemporaneamente, fare in modo che questo task non ricada sui soggetti più fragili, ma anzi affronti anche i bisogni quotidiani delle persone, quelle più socialmente isolate. Veniamo dall’esperienza del Superbonus, che non è riuscito a tenere assieme le finalità ambientali e la tutela delle fasce di popolazione più bisognosa di efficientare i propri spazi di vita. Un provvedimento che avrebbe dovuto intervenire anche sul patrimonio pubblico – scuole, ospedali, uffici –, non solo abitativo.

Non sprechiamo di nuovo l’occasione; penso sarebbe utile intervenire per cluster di immobili, tipologie, che consentirebbero di definire il setting dei materiali e le tecnologie costruttive più adeguate da impiegare. Con il Bonus 110 abbiamo sostenuto la posa di pannelli coibentanti provenienti dall’estero e realizzati con materiali di origine fossile, non favorendo spesso le filiere italiane e anche maggiormente sostenibili. Bene quindi riportare in efficienza il patrimonio costruito – isolando, sostituendo gli infissi, posando sistemi di impianto integrati al fotovoltaico – ma tenendo in considerazione anche un altro aspetto determinante; l’invecchiamento della popolazione. L’80% delle abitazioni del nostro Paese hanno proprietari over 65 anni, pensionati che hanno una sensibilità meno accesa su investimenti per obiettivi a 30 anni. 

Per le giovani generazioni, poi, l’acquisto della casa non è più una priorità. Questi temi devono essere attenzionati dalla politica che deve lavorare ai piani di sviluppo e alle risorse finanziarie per raggiungere anche gli obiettivi di decarbonizzazione.

 

Ritiene utile penalizzare gli edifici ad elevate emissioni? Quali misure pensi efficaci?

Innanzitutto dobbiamo far arrivare le risorse a chi le risorse non le ha. Forse lo strumento dell’ISEE non è più adeguato: abbiamo messo in efficienza seconde case di privati che erano nella possibilità di fare un investimento sulle loro proprietà spesso senza aiutare chi non aveva i mezzi per migliorare il benessere delle proprie abitazioni.

Sarebbe importante capire come, a fronte di un necessario stop al consumo di suolo che questo Paese si rifiuta di darsi da ormai 15 anni, saremo in grado di trasformare l’economia dell’edilizia in un’economia che recupera, ricostruisce, ma anche rinaturalizza. Un sistema di investimenti e incentivi dovrà vedere la luce al più presto.

 

Ritiene fattibile attuare un approccio circolare al settore dell’edilizia in Italia? Quali sono le principali barriere all’implementazione?

In tal senso mi piace segnalare un paio di progetti.  Il primo si chiama Energypop. Una campagna di Responsabilità sociale di impresa promossa in collaborazione con Legambiente, che consente, grazie al supporto delle aziende, la realizzazione di impianti fotovoltaici su edifici di edilizia residenziale pubblica e cooperative impegnate in ambito sociale, a beneficio delle persone in povertà energetica. Un secondo progetto è BeCom, la campagna di Legambiente, Kyoto Club e AzzeroC02 per favorire la realizzazione di comunità energetiche nei piccoli comuni, puntando sul fatto che oltre a produrre energia pulita, la cosa più importante è rigenerare le comunità. Istituire una comunità energetica vuol dire trovare una forma giuridica, un presidente, un tesoriere, aver rimesso in campo l’energia sociale che ti consente di bloccare –  per esempio –  lo spopolamento di un paese, di un territorio. Per noi anche questo è efficienza, perché se non costruiamo un sistema energetico diffuso e puntiforme sul territorio non riusciremo a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.

 

Rispetto al ruolo nella filiera, quali sono le trasformazioni o le innovazioni chiave che la tua categoria di stakeholder dovrebbe intraprendere per ottenere edifici a bassa emissione di CO2 e circolari? 

Edilizia e agricoltura sono i due settori culturali identitari dell’economia del nostro Paese; hanno portato l’Italia fuori dalle secche del dopoguerra. Sono sistemi territoriali, frammentati e non strutturati come l’industria; è un’economia puntiforme fatta di piccolissime e medie imprese, difficili da innovare e bisogna quindi lavorare ad un piano industriale a sostegno della trasformazione di questi settori.
Oltre alla Direttiva Case Green (EPBD 4) l’Europa ci ha dato un’altra direttiva, la Nature Restoration Law, per il ripristino degli habitat degradati. Restaurare la natura vuol dire smettere di sottrarle terreno, bloccare il consumo di suolo e rigenerare, ricostruire a depavimentare; parliamo sempre di cantieri. Il cambiamento va accompagnato. Il ruolo della politica dovrebbe essere quello di garantire delle regole e delle norme, scritte bene, che diano agli imprenditori un ambito possibile in cui innovare con tranquillità e continuità, senza preoccuparsi che il quadro normativo cambi ogni sei mesi.