
Le interviste di GBC Italia agli ambassador del progetto #BuildingLife
Puntiamo sul nuovo, in sostituzione del vecchio impossibile da efficientare_Federico Filippo Oriana, Presidente Nazionale – CEO ASPESI
In Italia si presta ancora poca attenzione alle emissioni di gas climalteranti nell’arco del ciclo di vita degli edifici; quali sono le ragioni?
Gioca sicuramente un ritardo culturale. Credo derivante dalla credenza comune che l’inquinamento atmosferico derivi primariamente dall’industria e dalla circolazione veicolare. La consapevolezza del ruolo negativo giocato dagli immobili vecchi è recente e non ancora generale.
ASPESI ha sviluppato una strategia verso il 2050? Supportando le attività dei Soci o attraverso altre iniziative?
L’ASPESI è un’associazione e in quanto tale può muoversi solo seguendo schemi e forme di tipo associativo, non direttamente operativo. Quindi tecnico-culturali, come del resto sostanzialmente fa anche GBC Italia. In questo senso, la nostra attività sul tema del green – per essere concreta e non restare meramente culturale – è tesa a promuovere la possibilità di realizzare più prodotto immobiliare nuovo, in particolare residenziale, nella radicata convinzione che solo l’edificio nuovo – o integralmente ristrutturato – possa dare una performance ottimale in termini di riduzione delle emissioni atmosferiche. Dotiamo i nostri associati di strumenti idonei, una rete efficiente di competenze e contatti che negli anni hanno confermato il nascere di comportamenti che intercettano e supportano in modo virtuoso il cambiamento e le sfide delle transizioni energetica e digitale.
In che modo ASPESI contribuisce ad accelerare il processo di decarbonizzazione dell’ambiente costruito in Italia?
Promuovendo un cambiamento del mix del patrimonio immobiliare italiano. In altri termini, non essendo realistico pensare alla ristrutturazione dell’intero patrimonio immobiliare italiano per adeguarlo alla cosiddetta Direttiva Case Green della UE (occorrerebbero non meno di 5.000 miliardi, cifra di cui nemmeno l’intera UE dispone, figuriamoci l’Italia!) la Pubblica Amministrazione – intesa come livello nazionale, regionale e comunale – deve favorire in ogni modo (incentivi fiscali, parafiscali e urbanistici) la sostituzione edilizia con la demolizione degli edifici abbandonati o degradati e la costruzione al loro posto di edifici nuovi ed energeticamente performanti senza consumo di nuovo suolo. Mentre lo Stato italiano attualmente incentiva fiscalmente le case vecchie, situazione paradossale oltre che anti-ecologica (sarebbe come se con i soldi dei contribuenti si favorissero i diesel euro zero invece dei veicoli ibridi di ultima generazione). In centro e sud Italia il mercato prevalente è di un patrimonio vetusto e difficilmente riqualificabile ma alla portata degli investimenti di giovani e coppie che vogliano comprare casa. Tema centrale da molti anni per l’associazione al quale la politica non ha mai dato risposta, penso per demagogia: alzare l’imposta di registro per l’acquisto di edifici esistenti, rendendoli meno attrattivi, scontenterebbe una cospicua parte di popolazione, di cittadini votanti.
Ritiene utile penalizzare gli edifici ad elevate emissioni? Quali misure pensi efficaci?
Sono contrario ad ogni tipo di “penalizzazione”, sempre fonte di vessazioni e discriminazioni. Oltre a non funzionare in Italia perché tutti si organizzano appena si sente parlare di penalità. L’obiettivo di migliorare significativamente la performance energetica e quindi ambientale del patrimonio immobiliare italiano, in particolare residenziale, si può realisticamente conseguire incentivando, non penalizzando. L’unica eccezione che farei a questa buona regola generale è quella di eliminare la forte incentivazione di fatto che ha oggi l’acquisto di una prima casa vecchia che sconta solo il 2% di imposta di registro sul valore a rendite catastali invece del 4% di Iva sull’intero prezzo per una casa nuova; su un appartamento di 250.000 euro significano 7.600 euro di imposte in meno, a carico di tutti noi per far abitare le famiglie in case vecchie ed energivore!
Ritiene fattibile attuare un approccio circolare al settore dell’edilizia in Italia? Quali sono le principali barriere all’implementazione?
È più semplice dirlo che farlo perché l’immobile – lo dice la parola stessa – è una commodity molto “pesante”, anzi la più pesante in assoluto tra tutte le realizzazioni umane. Nell’approccio circolare ci si dovrebbe porre precisamente il tema della demolizione anche di edifici perfettamente in uso e noi in Italia stiamo ostacolando – vedi la vicenda in corso a Milano – perfino la demolizione (e ricostruzione) di ruderi abbandonati. Recentemente abbiamo iniziato a porci il problema in ambiente ASPESI di costruire in un modo che faciliti il recupero dei materiali dopo una futura demolizione ma, considerato che la durata standard di un palazzo in Italia sono 200 anni, e la scarsità della ricchezza disponibile per le famiglie del ceto medio che negli ultimi decenni si è ridotta, mi pare che non si avanzerà molto rapidamente su questa strada.
Rispetto al ruolo nella filiera, quali sono le trasformazioni o le innovazioni chiave che la sua categoria di stakeholder dovrebbe intraprendere per ottenere edifici a bassa emissione di CO2 e circolari?
Quella che abbiamo già intrapreso, in particolare i colleghi promotori-sviluppatori di ultima generazione: sostituzione edilizia attraverso la demolizione dei bassi fabbricati, in genere ex-produttivi, bonifica del sito e ricostruzione con nuovi edifici certificati, andando in altezza, con materiali, impianti e arredi ecologici e di ultima generazione. La superficie alla base lasciata libera dall’edificazione in verticale può e deve essere utilizzata per la creazione di prati e giardini. Quindi, parafrasando una notissima canzone di Adriano Celentano “la dove c’era catrame e cemento, ora c’è l’erba e una casa in mezzo al verde”.