
Le interviste di GBC Italia agli ambassador del progetto #BuildingLife
Preparare la leadership green del futuro per governance a prova di decarbonizzazione_Paola Ficco, Giurista ambientale, avvocato, giornalista pubblicista, docente universitaria, Legal environmental consultant, coordinatore responsabile del sistema informativo e formativo di ReteAmbiente ed Edizioni Ambiente.
In Italia si presta ancora poca attenzione alle emissioni di gas climalteranti nell’arco del ciclo di vita degli edifici; quali sono le ragioni?
I driver della filiera delle costruzioni sono tempi e costi; gli adempimenti ambientali rischiano di essere percepiti come elemento che aggrava un quadro normativo già molto strutturato.
In ragione dell’adempimento che va soddisfatto, che si assomma ai tanti che già ci sono, si produce una inevitabile diffidenza. In Italia si sa poi che una proroga non si nega a nessuno e si spera sempre accada il rinvio dell’ultima ora. Lo abbiamo visto con la Carbon tax, con la Sugar tax, con normative che incidono sulle imprese e che nella storia hanno visto proroghe anche di anni.
Tra le mie esperienze vi è quella di aver scritto con il Ministero dell’Industria, il decreto Ronchi sui rifiuti – il primo, il fondamento, “il padre di tutte le guerre” -, esito di tredici decreti legge che prorogavano di due mesi in due mesi il divenire legge e l’entrata in vigore della normativa. Penso vi sia sempre una sorta di diffidenza nei confronti dei nuovi istituti, quindi anche nei confronti della decarbonizzazione.
Come supportano ReteAmbiente ed Edizioni Ambiente il settore delle costruzioni a perseguire una traiettoria di decarbonizzazione degli edifici e considerando le emissioni nell’intero ciclo di vita?
Noi accompagniamo, formiamo ed informiamo, diciamo alle aziende e a tutti i nostri numerosissimi utenti e lettori che cosa è necessario fare per decarbonizzare, non in grazia di una nostra personalissima visione del mondo, ma in virtù di quelle che sono norme correnti che possono tradursi anche in regimi sanzionatori. Cerchiamo di fare un’opera di sensibilizzazione supportata dalla vigenza del sistema disciplinare anche sistematizzando e contestualizzando il quadro normativo, rendendolo comprensibile attraverso una serie di commenti, di orientamenti, di guide – pubblicazioni online e su carta – e di un nutrito programma di corsi. Formiamo moltissimi professionisti ma cerchiamo anche di preparare le nuove classi dirigenti incentivandoli a fare della responsabilità sociale e di governance ambientale il proprio paradigma e quello della loro azienda. E all’interno di questo grande sistema di responsabilità rientra anche la decarbonizzazione.
In quale modo ReteAmbiente ed Edizioni Ambiente contribuiscono ad accelerare il processo di decarbonizzazione dell’ambiente costruito?
Più che accelerare, accompagniamo, formiamo gli operatori. Intensifichiamo l’azione di diffusione delle competenze di aziende e professionisti in un numero crescente e sempre più interessati. Raggiugiamo oltre 60mila utenti, con tre siti, due pubblicazioni sia online che cartacee. Un vero e proprio sistema. Sono oltre vent’anni che facciamo formazione per le imprese, dai 2 ai 3 seminari al mese hanno consentito ad una platea molto ampia di specializzarsi sui temi ambientali.
Pensa utile penalizzare gli edifici ad elevate emissioni? Quali misure sarebbero efficaci?
L’obiettivo è quello di incentivare chi sta facendo bene, chi sta lavorando affinché ci sia un patrimonio sia costruito che da costruire, coerente anche agli obiettivi di decarbonizzazione che saranno quelli della norma. Nel momento in cui gli Stati membri decideranno di istituire dei sistemi premiali, è chiaro che noi saremo il volano che racconterà come fare, quando fare, perché fare. Cosa che abbiamo fatto anche per il Piano Industria 4.0, e poi Industria 5.0, amplificando il messaggio assistiti da una da una serie di premialità messe in campo dal PNRR e dai fondi nazionali e cercando di supportare chi stava compiendo delle scelte, anche in ottica di decarbonizzazione.
Ritiene fattibile attuare un approccio circolare al settore dell’edilizia in Italia? Quali sono le principali barriere all’implementazione?
Il Italia la circolarità della materia, e quindi dell’economia, è ostacolata da un grande tema: la nozione di rifiuto. Difficilmente riusciamo a realizzare l’economia circolare all’interno del cantiere, perché consideriamo, per giurisprudenza sopravvenuta, i materiali derivanti dalla demolizione come rifiuti.
Abbiamo decine e decine di sentenze della Corte di Cassazione, che per noi giuristi sono diventate legge, le quali affermano che il cantiere non è un processo produttivo e quindi quello che ne deriva non può essere considerato un sottoprodotto ma solamente un rifiuto. È facile capire che se un mattone lo chiamo “rifiuto”, lo devo gestire con autorizzazioni, con servizi dedicati, iscrizione all’albo rifiuti, trasporti speciali, conferendolo allo smaltimento/recupero. Se lo chiamo “sottoprodotto”, invece, il mattone non è un rifiuto e posso riutilizzarlo senza dover affrontare un iter amministrativo complesso e incerto.
Si potrebbe cambiare la definizione di cantiere ispirandosi all’Allegato del decreto legislativo 81/2008 ma nonostante la proposta a ben due commissioni parlamentari di inchiesta sui rifiuti, non è ancora accaduto.
Quale la vera leva per il cambiamento?
Ricordo cosa mi disse Giuseppe Bianchi, Presidente del Comitato EMAS del quale ho fatto parte, che sosteneva che è il consumatore che fa il mercato e questo è molto vero. Quindi penso che il ruolo del cliente finale nella transizione energetica sarà determinante. Molte aziende si stanno comunque muovendo nella direzione giusta. Faccio il caso, tra i molti, della multinazionale con sede in Austria, ma con diversi impianti anche in Italia, wienerberger. I suoi sistemi costruttivi in laterizio sono pensati per la decarbonizzazione del processo costruttivo e per facilitare la demolizione selettiva a fine vita del prodotto edilizio. Parte dell’industria delle costruzioni è già pronta al cambio di paradigma, così come la progettazione.
Rispetto al ruolo nella filiera, quali sono le trasformazioni o le innovazioni chiave che la sua categoria di stakeholder dovrebbe intraprendere per ottenere edifici a bassa emissione di CO2 e circolari?
Uno dei temi che mi appassiona maggiormente è il recupero diretto dei rifiuti, aspetto già affrontato dalla legislazione. Gli scarti di produzione, se non pericolosi, possono essere reimpiegati nei cicli di lavorazione delle aziende, bypassando due attività aggiuntive: lo stoccaggio e il trasporto intermedi consentendo di risparmiare una grande quantità di CO2 . Poche filiere produttive conoscono questa opportunità che è presente nel Codice dell’Ambiente e anche nelle norme riguardanti le BAT – le migliori soluzioni tecniche impiantistiche, gestionali e di controllo in grado di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente – sui rifiuti.
Una scarsa conoscenza e applicazione data anche dall’interlocutore delle aziende: una pubblica amministrazione che spesso non ha la competenza per supportare le filiere in processi chiari e condivisi. Le grandi imprese possono permettersi di rischiare e di supportare eventuali spese per l’assistenza legale, le PMI spesso non possono. Non avere una PA competente e coraggiosa ci fa perdere grandi occasioni.