
Maggiori competenze per beneficiate dei vantaggi di operare in ottica di decarbonizzazione, dal progetto alla costruzione_Paolo Foi, ESG & Sustainability Manager, KROLL Advisory S.p.A.
In Italia si presta ancora poca attenzione alle emissioni di gas climalteranti nell’arco del ciclo di vita degli edifici; quali sono le ragioni?
Probabilmente per diverse ragioni. La prima può essere legata alla mancanza di indirizzi normativi e quindi sicuramente alla non obbligatorietà di rendicontare in questi termini. Nella EU Taxonomy, per l’attività economica di costruzione di nuovi edifici è prevista le rendicontazione in termini di GWP – Global Warming Potential – che esprime il contributo all’effetto serra di un gas serra relativamente all’effetto della CO2 – e quindi è dichiarata l’attenzione verso il ciclo di vita dell’edificio e dell’impatto ambientale del cantiere in termini di emissioni. Questo approccio è scomparso nella versione recepita dal PNRR. L’attenzione ad elevati standard di efficienza energetica aiuta la decarbonizzazione ma se si deve parlare di grammatica delle emissioni, diciamo che il nostro linguaggio è ancora molto povero e che i professionisti della filiera non sono preparati a compiere questo cambio di paradigma, da efficientamento a decarbonizzazione.
KROLL ha sviluppato una strategia verso il 2050? Includendo una traiettoria di decarbonizzazione degli edifici e considerando le emissioni nell’intero ciclo di vita?
In che modo KROLL contribuisce ad accelerare il processo di decarbonizzazione dell’ambiente costruito in Italia?KROLL è una multinazionale con uffici in 32 paesi e 6.500 dipendenti e la linea strategica su questi temi è definita dagli Stati Uniti e condivisa con tutte le branch del Gruppo. L’approccio carbon neutral del gruppo, fino ad oggi, è stato confortato dall’acquisto di crediti compensativi. Ora abbiamo intrapreso una strada diversa lavorando alla riduzione di CO2 da qui al 2030 con gli obiettivi di diminuire del 75% le emissioni di scope 1 e scope 2 e del 25% quelle di scope 3. Azioni dirette sulle emissioni e i consumi degli uffici che hanno anche l’obiettivo di certificare ISO 50001. Lo standard internazionale volontario definisce i requisiti per un Sistema di Gestione dell’Energia (SGE), aiutando le organizzazioni a migliorare continuamente la propria efficienza energetica e ridurre i consumi, con benefici economici e di sostenibilità.
Complessivamente il nostro impatto non è significativo se consideriamo gli immobili che abitiamo; siamo più impattanti in merito agli spostamenti delle persone. Il nostro core business sono le perizie valutative e i servizi tecnici correlati, e questo implica molte visite ai clienti, alle opere e ai cantieri. Tra i servizi che supportano un percorso verso elevati parametri di sostenibilità anche l’affiancamento dei nostri clienti per l’ottenimento delle certificazioni con i protocolli volontari LEED, BREEAM e WELL. Non meno importante la nostra consulenza per l’ottenimento di mutui green a tasso agevolato, investimenti utilizzati per costruire opere energeticamente efficienti.
Ritenete utile penalizzare gli edifici ad elevate emissioni? Quali misure pensi efficaci?
Non parleremmo di penalizzazione, poiché si rischierebbe di colpire le fasce più deboli della popolazione che non hanno competenze e capacità finanziaria per poter rispondere ad un regime sanzionatorio. Un piano europeo di decarbonizzazione legato all’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili – per la rete energetica e per gli edifici – potrebbe essere la risposta, supportando anche il nascere delle comunità energetiche. Bisogna inoltre ritornare a incentivare le ristrutturazioni. Spesso i tassi agevolati dei mutui green non convengono perché i costi per dotarsi di certificazioni volontarie o per rendere compliant un’opera alla tassonomia green, sono più onerosi. Il nostro compito è anche quello di informare i nostri clienti sulle possibili azioni da intraprendere.
Ritenete fattibile attuare un approccio circolare al settore dell’edilizia in Italia? Quali sono le principali barriere all’implementazione?
Rileviamo un approccio virtuoso delle aziende, delle società di costruzione, nel recuperare i materiali di rifiuto prodotti in cantiere. Il limite indicato dalla Green Taxonomy, ad esempio, è del 70% ma spesso ci troviamo di fronte a cantieri che recuperano più del 90% dei rifiuti e questo è un ottimo aspetto. Ciò che invece spesso manca è il progetto in ottica di riuso e disassemblabilità dell’edificio. Le banche, spesso nostre clienti, hanno strumenti finanziari diversi destinati ai grandi gruppi industriali e alle PMI. Ma le realtà medio piccole non hanno conoscenza delle opportunità ed è complesso rintracciare un quadro documentale coerente e allineato ai principi DNSH – richiesti dalle medesime banche – che vorrebbero vedere confermata la rifunzionalizzazione degli edifici per usi differenti da quelli originari senza grossi interventi. Su questo tema mancano le competenze per le aziende medio/piccole, non delle grandi società, che operano a livello territoriale.
Rispetto al ruolo nella filiera, quali sono le trasformazioni o le innovazioni chiave che la tua categoria di stakeholder dovrebbe intraprendere per ottenere edifici a bassa emissione di CO2 e circolari?
Due drive importanti saranno l’industrializzazione off-site e la digitalizzazione del settore delle costruzioni. Rimane poi centrale e sostanziale il tema dell’incentivazione fiscale.
La comunicazione tra tutti gli attori e la chiarezza sugli obiettivi all’interno della filiera potrebbe fare la differenza, affiancata alla formazione degli operatori sui temi economico-fiscali, sulla ratio e sulla documentazione necessaria per ottenere finanziamenti e mutui green. Citiamo, tra i tanti gap documentali, le analisi dei rischi climatici. La decarbonizzazione, e i vantaggi che derivano da pratiche ed azioni compliant al quadro regolatorio europeo, devono diventare un’ opportunità e non essere percepita come l’ennesimo aggravio di adempimenti e costi.
