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Green Building Forum Italia 2026: il futuro delle nostre città si decide oggi
3 Novembre 2026

Dalla seconda edizione del Green Building Forum Italia, il presidente di GBC Italia Fabrizio Capaccioli riflette sulle sfide della trasformazione sostenibile: accessibilità dell’abitare, disuguaglianze territoriali, ruolo della filiera e competitività dell’industria europea.

 

La seconda edizione del Green Building Forum Italia, che si è tenuta il 28 ottobre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, ha rappresentato l’occasione di confronto su alcune delle sfide decisive per il futuro del nostro Paese: rendere la qualità dell’abitare accessibile a più persone, ricucire le distanze tra i territori e dare forza alle imprese che investono nella trasformazione sostenibile. Con questo obiettivo GBC Italia ha riunito istituzioni, rappresentanti della filiera, professionisti e interlocutori internazionali, mettendo al centro la necessità di tradurre la conoscenza in indicazioni utili a chi deve amministrare, progettare e investire.

Quando trasformiamo un edificio, un quartiere o un territorio, interveniamo sulle condizioni nelle quali le persone vivranno. Influenziamo le risorse che utilizzeranno, le spese che dovranno sostenere, i servizi che potranno raggiungere e le opportunità alle quali avranno accesso. La trasformazione dell’ambiente costruito ha quindi implicazioni che vanno ben oltre il settore delle costruzioni e incidono sulla qualità dello sviluppo del Paese.

In questo contesto, GBC Italia svolge un ruolo di riferimento culturale e tecnico, mettendo in relazione chi progetta, produce, costruisce, finanzia, assicura e amministra. Facendo dialogare ricerca ed esperienza operativa, conoscenza dei materiali e conoscenza dei territori. Da questa capacità nasce il vero contributo: aiutare il Paese a scegliere come trasformarsi, con quali obiettivi e con quali strumenti.

Apparteniamo a una rete internazionale di oltre ottantacinque Green Building Council, che riunisce più di cinquantunomila imprese associate. In questa rete sicuramente è forte e consolidato il nostro rapporto con USGBC e resta viva la nostra partecipazione a World Green Building Council. Da questo confronto internazionale nasce la visione che alimenta i protocolli e le proposte di policy di GBC Italia. Una visione che comprende l’intero ciclo di vita delle opere e tiene insieme energia, acqua, materiali, salute e qualità degli ambienti. Ciò che realizziamo oggi dovrà continuare a funzionare tra venti o cinquant’anni o più, conservando valore e rispondendo a esigenze che cambiano. Quando valutiamo la qualità di un edificio, ci interessa anche la qualità della vita che rende possibile.

 

Rigenerare le città significa ridurre le distanze nelle opportunità

Questa responsabilità emerge con particolare evidenza nel rapporto tra le aree più attrattive e le periferie delle nostre città. Milano ha saputo richiamare negli anni investimenti, imprese e attenzione internazionale, realizzando trasformazioni di grande rilievo. Questa capacità di attrazione rappresenta una risorsa importante, ma pone anche la necessità di estendere i benefici della trasformazione urbana ai quartieri che ne sono rimasti meno coinvolti.

Nelle periferie le persone attendono da anni manutenzioni, servizi, collegamenti e spazi pubblici curati. Ricucire questi quartieri significa renderli parte della vita e delle opportunità della città. Significa recuperare le abitazioni, migliorare le scuole, rendere accessibili i luoghi di lavoro e curare gli spazi nei quali ci si incontra. Una città cresce davvero quando si riducono le distanze nelle opportunità delle persone. Porta Nuova e Rogoredo appartengono alla stessa città. Guardarle insieme significa chiedersi come la capacità di trasformazione espressa nelle aree più attrattive possa raggiungere anche i quartieri che ne sono rimasti meno coinvolti.

A Roma, il progetto degli ex Mercati Generali di Ostiense offre un esempio di come si possano mettere in relazione capitale privato e interesse pubblico. Su un’area che resta di proprietà pubblica è previsto un investimento privato di circa trecentottanta milioni di euro. Il progetto comprende oltre duemila posti letto universitari, di cui circa cinquecento a canone calmierato, insieme a spazi per la cultura, la formazione e la vita collettiva.

È un progetto da realizzare, che dovrà dimostrare nei risultati la qualità dei propri obiettivi. La sua impostazione indica però una direzione: recuperare il patrimonio dismesso, mobilitare investimenti e legarli a benefici riconoscibili per la città. Questa modalità può essere adattata anche ai territori meno attrattivi, costruendo le condizioni perché gli interventi siano sostenibili.

Il punto è rendere ancora credibile la possibilità di costruire una vita attraverso il proprio lavoro. Una città nella quale chi insegna, chi cura e chi garantisce i servizi non può più permettersi di vivere sta perdendo le condizioni per funzionare.

 

I numeri aiutano a comprendere questa difficoltà. Secondo il rapporto 2026 dell’Osservatorio Casa Abbordabile, realizzato con il Politecnico di Milano, nel 2023 oltre la metà dei contribuenti milanesi dichiarava meno di ventiseimila euro annui di reddito imponibile. Applicando il canone medio dei nuovi contratti registrati nel 2024, settanta metri quadrati significano circa milleduecento euro al mese, prima di condominio, bollette e trasporti. Lo stesso Osservatorio calcola che, destinando all’affitto il trenta per cento del salario netto medio di categoria, un operaio potrebbe permettersi teoricamente venticinque metri quadrati. Un impiegato trentaquattro.

Il valore di una città cresce davvero quando cresce anche la possibilità di farne parte. Nei confronti OCSE, pur con anni di riferimento e sistemi nazionali differenti, le abitazioni in affitto sociale rappresentano circa un terzo del patrimonio nei Paesi Bassi, quasi un quarto in Austria e circa il quattordici per cento in Francia. In Italia siamo tra il due e il tre per cento.

Il Piano Casa rappresenta oggi un’occasione importante per restituire continuità e capacità di intervento alle politiche dell’abitare. Recuperare il patrimonio esistente, rimettere a disposizione gli alloggi e accompagnare gli investimenti privati con obiettivi sociali chiari sono passaggi necessari.

 

Il diritto di abitare riguarda l’intero Paese

Ma da Roma Capitale dobbiamo allargare lo sguardo all’intero Paese. 

La difficoltà di abitare assume forme diverse. Milano mostra la pressione di una città che attrae capitali e persone. Altri territori ci pongono una domanda altrettanto urgente: come rendere possibile restare, lavorare e costruire una famiglia dove si è nati?

Penso al Mezzogiorno, alle aree interne, alle comunità nelle quali una casa può costare meno, ma la distanza da un ospedale, la debolezza dei trasporti o la mancanza di opportunità rendono difficile la vita quotidiana. Una casa che possiamo permetterci, in un luogo dal quale siamo costretti ad andare via, non basta a garantire il diritto di abitare.

Il Mezzogiorno deve avere un ruolo pieno nella trasformazione del Paese. Università, imprese, competenze e risorse energetiche possono alimentare opportunità industriali e occupazione qualificata. Dobbiamo consentire a un giovane di scegliere dove vivere, di partire per conoscere e imparare, e di poter tornare. La partenza diventa una sconfitta collettiva quando è l’unica possibilità.

 

GBC Italia lavora in questa direzione attraverso i soci e i Chapter, collegando la filiera alle esigenze locali e facendo circolare competenze. Le esperienze migliori devono diventare utili anche ai piccoli comuni e alle amministrazioni con strutture tecniche più fragili.

C’è poi una difficoltà che attraversa grandi città e piccoli comuni: la povertà energetica. Nei dati Eurostat del 2025, circa il nove per cento della popolazione italiana dichiarava di non potersi permettere di mantenere l’abitazione adeguatamente calda. Quasi una persona su dieci. È una delle manifestazioni più concrete del problema. La povertà energetica nasce dall’incontro tra redditi insufficienti, prezzi dell’energia e abitazioni inefficienti.

Gli aiuti alle bollette rispondono a un bisogno immediato. La riqualificazione può ridurre stabilmente l’energia necessaria per stare bene in casa. Per questo le famiglie con meno risorse e chi vive in affitto devono poter accedere concretamente ai benefici degli interventi. La transizione energetica si misura anche nell’energia che una famiglia non deve più consumare per vivere bene nella propria casa. La qualità dell’abitare deve raggiungere anche chi dispone di meno risorse. Proprio nelle abitazioni più fragili dobbiamo portare più efficienza, più salute e più sicurezza.

 

Un bilancio di accessibilità per le trasformazioni urbane

Da questa visione nasce la proposta di un bilancio di accessibilità delle trasformazioni urbane. Uno strumento che ci aiuta a comprendere il costo reale del vivere nei luoghi che progettiamo, mettendo in relazione redditi, casa, energia, manutenzione e mobilità. Deve considerare anche il tempo necessario per raggiungere il lavoro, una scuola, un presidio sanitario. Serve dove abitare costa troppo e dove la distanza dalle opportunità rende difficile restare.

Deve rispondere a una domanda precisa: chi potrà permettersi di vivere lì? 

Siamo in piena era dell’intelligenza artificiale: raccogliere e organizzare queste informazioni non sarà più un problema. 

Ogni grande trasformazione urbana dovrebbe rendere esplicito chi potrà abitarla, a quali condizioni e con quale incidenza sul proprio reddito. GBC Italia mette a disposizione le proprie competenze per contribuire a definire criteri trasparenti e verificabili, promuovendo il confronto tra istituzioni, ricerca, operatori e finanza. Il bilancio di accessibilità può affiancare gli strumenti di valutazione energetico ambientali e rendere più leggibili le conseguenze delle scelte. Può aiutarci a verificare nel tempo chi beneficia delle trasformazioni e quali difficoltà restano da affrontare.

 

La transizione ha bisogno di un’industria europea forte

Per realizzare la trasformazione di cui parliamo abbiamo bisogno della nostra industria. Penso al cemento, alla ceramica, al vetro, ai materiali e ai sistemi con cui miglioriamo gli edifici. Sono filiere nelle quali si concentrano ricerca, competenze e lavoro, un patrimonio fondamentale per l’Italia e per l’Europa.

Dobbiamo collocare queste scelte nel contesto internazionale. 

Nel 2025 le emissioni climalteranti globali hanno raggiunto un nuovo massimo storico. L’Unione europea ha invece ridotto le proprie emissioni di oltre un terzo rispetto al 1990, attraverso un percorso al quale hanno contribuito anche gli investimenti delle nostre imprese. La nostra parte contro il cambiamento climatico la stiamo facendo.

Ma l’Europa pesa oggi per meno del sei per cento delle emissioni globali, e quelle globali continuano a crescere. Siano questi numeri a fare da monito: indicano da dove devono venire gli sforzi maggiori. Continuare ad alzare l’asticella per l’industria europea, senza che i concorrenti internazionali sostengano impegni e costi comparabili, rischia di indebolire la capacità produttiva che serve per realizzare la transizione. Prima di introdurre ulteriori oneri dobbiamo valutare gli effetti sugli investimenti, sull’occupazione e sulla possibilità concreta di adottare tecnologie più pulite. Dobbiamo riconoscere i progressi già compiuti e accompagnare quelli ancora necessari con tempi e strumenti credibili. L’ambizione climatica europea deve poter contare su un’industria europea forte.

Sul tema ETS c’è un passo avanti da riconoscere. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha approvato, con un’ampia maggioranza, parametri specifici per la ceramica e per i refrattari. Chi investe per produrre meglio in Europa deve trovare nell’Europa un alleato. Questo voto dice che può accadere.

Chiediamo che le regole europee riconoscano i tempi della trasformazione industriale e garantiscano una protezione efficace dalla concorrenza di produzioni sottoposte a vincoli ambientali meno stringenti. Se il risultato delle nostre scelte fosse trasferire la produzione verso economie con regole meno esigenti, avremmo indebolito le nostre imprese senza garantire una riduzione delle emissioni globali. Chiediamo alle istituzioni una direzione chiara, e al contempo chiediamo alla finanza di riconoscere il valore delle prestazioni nel tempo e alla nostra filiera chiediamo la responsabilità di dimostrare i risultati. La fiducia cresce quando le promesse diventano benefici che le persone possono riconoscere nella propria vita.

GBC Italia promuove questa cultura della trasformazione attraverso i protocolli, la formazione e le proposte di policy. Mettiamo a disposizione delle istituzioni e del mercato il patrimonio della nostra rete internazionale e le competenze dei nostri soci e professionisti.

Il futuro delle nostre città si decide oggi: in una casa recuperata, in un quartiere che torna a offrire opportunità, in un territorio che trattiene lavoro e competenze. Ogni trasformazione deve contribuire a costruire un Paese nel quale più persone possano riconoscersi e trovare spazio per il proprio futuro.