
La transizione verso la neutralità carbonica offre l’opportunità di ripensare il modo in cui valutiamo la qualità degli edifici. Accanto a consumi ed emissioni acquistano sempre maggiore rilevanza la qualità dell’aria indoor, il comfort, la ventilazione, i materiali salubri e il benessere psicofisico delle persone. È nella convergenza tra performance ambientale e salute che può maturare una visione più evoluta dell’edificio sostenibile.
Editoriale a cura di Alessandro Miani, Vicepresidente di Green Building Council Italia
La neutralità carbonica può essere letta oggi in una prospettiva più ampia, capace di affiancare alla dimensione energetica quella della salute pubblica. Un edificio estremamente efficiente dal punto di vista energetico, infatti, non è necessariamente anche un edificio sano. La sfida verso il 2050 può quindi portarci a una definizione più evoluta di “net zero”: non soltanto un edificio che riduce drasticamente le proprie emissioni lungo il ciclo di vita, ma un ambiente capace di ridurre contemporaneamente la propria impronta ambientale e i fattori di rischio per chi lo abita.
Questo significa integrare nella progettazione e nella riqualificazione parametri che riguardano direttamente il benessere psicofisico: qualità dell’aria indoor, comfort termico e acustico, luce naturale, ventilazione, materiali salubri, possibilità di contatto con la natura e qualità complessiva dell’esperienza degli spazi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea da tempo come le condizioni abitative possano incidere sulla salute e come interventi sull’edificio possano produrre contemporaneamente benefici sanitari e climatici.
Un aspetto particolarmente importante riguarda il rapporto tra efficienza energetica e salute, due dimensioni che richiedono di essere progettate in modo coordinato. Rendere un involucro sempre più performante e impermeabile agli scambi con l’esterno, per esempio, senza progettare adeguatamente ventilazione e qualità dell’aria può favorire l’accumulo di umidità e inquinanti indoor. La stessa OMS evidenzia la necessità di accompagnare il miglioramento dell’isolamento con un’adeguata ventilazione.
La roadmap verso il 2050 può così evolvere da una logica di “carbon performance” a una logica di “human and environmental performance”. Alla valutazione di quanta energia consuma un edificio e di quanta CO₂ produce si affianca una domanda altrettanto importante: quale qualità ambientale genera e quale impatto esercita, nel tempo, sulle persone?
In questa prospettiva l’edificio diventa una vera infrastruttura di prevenzione. Progettare spazi salubri, confortevoli, resilienti agli eventi climatici e capaci di sostenere il benessere psicologico significa intervenire su uno dei principali ambienti di esposizione della popolazione. La transizione ecologica acquista così anche una dimensione sanitaria e sociale. Il traguardo del 2050 può essere allora più ampio: edifici che pesano meno sul pianeta e, nello stesso tempo, fanno stare meglio le persone che li abitano. È in questa convergenza tra decarbonizzazione, salute e qualità dell’abitare che il concetto di “net zero” può diventare uno strumento concreto di salute pubblica.
Dalla prestazione energetica alla prestazione sanitaria
Il passo successivo è integrare nei protocolli di certificazione edilizia non soltanto parametri energetici e ambientali, ma veri e propri criteri prestazionali legati alla salute degli occupanti, basati sulle evidenze medico-scientifiche. Il punto è particolarmente importante nella corsa alla decarbonizzazione. Rendere gli edifici più efficienti significa, giustamente, migliorare l’isolamento e ridurre le dispersioni, ma un involucro sempre più ermetico, se non accompagnato da una corretta progettazione della ventilazione, può favorire l’accumulo degli inquinanti generati all’interno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenzia proprio questa necessità: miglioramento dell’involucro e adeguata ventilazione devono procedere insieme per ottenere benefici sia energetici sia sanitari.
Occorre quindi passare dalla semplice conformità impiantistica a una verifica della qualità ambientale realmente sperimentata dalle persone. Questo significa misurare e monitorare parametri come particolato fine, anidride carbonica quale indicatore utile per valutare la ventilazione in relazione all’occupazione, Composti Organici Volatili (COV), formaldeide, monossido di carbonio, radon dove pertinente, temperatura e umidità relativa, affiancandoli alla prevenzione di condensa, umidità persistente e contaminazione microbiologica. L’OMS considera infatti umidità e muffe indoor rilevanti fattori di rischio per la salute respiratoria e raccomanda di prevenirne o minimizzarne la presenza. Ma introdurre dei valori soglia non è sufficiente. Un edificio viene certificato in un determinato momento, mentre viene abitato per decenni. Diventa quindi particolarmente importante introdurre una logica di monitoraggio in esercizio, almeno per alcuni indicatori fondamentali, verificando che ventilazione, filtrazione, controllo dell’umidità e manutenzione continuino a garantire nel tempo le condizioni previste in fase di progetto.
Anche gli standard internazionali più recenti sulla ventilazione e sulla qualità dell’aria indoor includono ormai requisiti relativi non solo alle portate di ventilazione, ma anche a filtrazione, controlli, gestione e manutenzione degli edifici. Questo cambierebbe anche il significato della certificazione: non certificare soltanto quanto bene funziona l’edificio, ma anche quanto bene protegge chi lo occupa.
Decarbonizzazione e salute, infatti, possono procedere nella stessa direzione. La vera innovazione consiste nel progettare edifici nei quali la riduzione dei consumi e delle emissioni proceda insieme alla riduzione delle esposizioni ambientali nocive. In questa prospettiva, la qualità dell’aria indoor diventa un vero indicatore di performance dell’edificio e la certificazione può evolvere da strumento prevalentemente tecnico-ambientale a strumento di prevenzione primaria e di salute pubblica.
La salute come investimento
Un ulteriore passaggio culturale consiste nel cominciare a considerare la salute come un investimento, e l’edificio come parte di questo investimento. Per molto tempo abbiamo valutato la sostenibilità immobiliare prevalentemente attraverso indicatori energetici, ambientali ed economici: consumi, emissioni, costi operativi, valore dell’asset. Oggi disponiamo di evidenze sufficienti per ampliare questa equazione e includere il valore generato – o, al contrario, il costo prodotto – sulla salute e sul benessere delle persone.
La letteratura e le esperienze raccolte a livello internazionale mostrano che edifici progettati prestando attenzione alla qualità dell’aria, alla ventilazione, al comfort termo-igrometrico e acustico, alla luce naturale e, più complessivamente, alla qualità dell’ambiente indoor possono produrre benefici che si riflettono sull’assenteismo, sulla produttività, sul benessere percepito e sui costi operativi. Il World Green Building Council ha documentato, attraverso diversi casi studio, benefici economici misurabili associati all’integrazione di salute, benessere e sostenibilità negli edifici. Per investitori e decision maker questo significa iniziare a ragionare in termini di costo totale e valore totale dell’edificio. Un immobile apparentemente conveniente può generare nel tempo costi esterni che non compaiono nel suo bilancio energetico: esposizione agli inquinanti indoor, condizioni di discomfort, giornate di lavoro perse e conseguenze sanitarie e sociali. Allo stesso modo, un edificio sano e decarbonizzato può generare valore ben oltre il risparmio sulla bolletta energetica.
Esiste anche una dimensione strettamente immobiliare. Le evidenze raccolte dal WorldGBC indicano che migliori caratteristiche di sostenibilità e salubrità possono associarsi, in determinati mercati, a maggiore attrattività per gli occupanti, maggiore facilità di locazione e migliori performance dell’asset. Questo significa che salute, decarbonizzazione e valore immobiliare possono essere ricondotti a una strategia comune. Il passaggio ulteriore, sul quale organizzazioni come GBC Italia possono svolgere un ruolo importante, è rendere misurabile questo valore. Dobbiamo riuscire progressivamente ad affiancare agli indicatori di carbonio e di performance energetica indicatori relativi alla qualità ambientale indoor, all’esposizione degli occupanti, al benessere e agli outcome sanitari, traducendoli, dove scientificamente possibile, anche in metriche economiche.
Questo permetterebbe di parlare contemporaneamente il linguaggio della salute pubblica, dell’ESG, della finanza e del real estate. La domanda sul costo necessario per costruire o riqualificare un edificio sano può così essere affiancata da un’altra, altrettanto rilevante: quanto ci costa, come imprese e come collettività, continuare ad abitare edifici che non lo sono?
È qui che cambia la prospettiva. La decarbonizzazione può diventare un investimento capace di generare un dividendo ambientale, economico e sanitario. La capacità di rendere visibile e misurabile questo triplice valore può essere una delle leve più efficaci per orientare le decisioni di investimento dei prossimi anni.